Salvador Dalì

San Giorgio e il Drago

scultura in bronzo, 1977-84.

Irrazionale, ambigua, iperbolica, l’opera di Salvador Dalì è costellata di immagini armoniche e destabilizzanti, virtuose e inaspettate, riconoscibili ma irreali, ricorrenti eppure sempre nuove, costruite grazie a un metodo del tutto personale: quello paranoico-critico, concepito a partire dal 1930.

«Da più di trent’anni l’ho inventato e lo applico con successo, benché non sappia ancora in cosa consista. Grosso modo, si tratterebbe della sistemazione più rigorosa dei fenomeni e dei materiali più deliranti, con l’intenzione di rendere tangibilmente creative le mie idee più ossessivamente pericolose. Questo metodo funziona soltanto alla condizione di possedere un dolce motore d’origine divina, un nucleo vivo, una Gala. E ce n’è soltanto una1».

Gli elementi che affiorano dal subconscio vanno studiati ed elaborati facendo attenzione a non perdersi nei pensieri labirintici più oscuri: a proteggere l’artista la compagna di una vita, capace di difenderlo dal mondo e dalla sua stessa mente. Gli oggetti destabilizzati e le ambigue figure si ripetono e diventano allora simbolo di qualcos’altro.
Inquieta, mistica e scientifica, l’arte di Dalì si modifica pur rimanendo sé stessa: dopo il 1945 si inaugura la fase “atomica” e accanto alle immagini reiterate nel tempo se ne aggiungono di nuove, afferenti al mondo cristiano e alla tradizione, all’arte italiana rinascimentale che Dalì conosce e reinterpreta in modo personale.

In questo contesto si inserisce la scultura San Giorgio e il Drago, eseguita fra il 1977 e il 1984.

La storia del Santo-cavaliere che salva la Principessa dal Drago ha sempre offerto innumerevoli spunti creativi: la scena dello scontro è stata rappresentata più e più volte, in celebri dipinti e sculture di artisti come Donatello e Raffaello.
Lo stesso Salvador Dalì dedica al soggetto disegni, dipinti, e sculture ideate a partire dal 1977 come quella esposta al MAB. 

L’iconografia cristiana diventa il simbolo laico di una lotta senza tempo: quella fra il Bene ed il Male, la vita e la morte, la ragione e l’irrazionalità.

Il Santo-martire è privo di aureola e di volto, così come la principessa, una piccola figura che alza il braccio in segno di vittoria: Dalì si diverte ad alterare le proporzioni, a modificare la realtà rendendola inspiegabile e sconvolgente. La leggenda religiosa diventa sogno surreale. Il momento catturato è quello del trionfo sul Male: San Giorgio con la sua lancia ha appena inflitto al drago, simbolo dell’oscurità e delle ossessioni umane, il colpo mortale. Con questo gesto può rinascere e stabilire un nuovo equilibrio.

Equilibrio, armonia e misura che sono anche alla base della struttura compositiva dell’opera, capace di riflettere visivamente questo conflitto dicotomico.

La scultura, costruita su tre livelli – corrispondenti rispettivamente al drago, al destriero, e al Santo – è composta da forme e volumi che disegnano idealmente due diagonali:

La prima è facilmente individuabile perché resa visibile dalla lancia di San Giorgio; originatasi dalla testa del drago, termina idealmente in corrispondenza del braccio sollevato della Principessa;

La seconda, in senso opposto, separa i due poli antitetici; generatasi dalle ali del drago simili a fiamme, trova fine nella sua coda a spirale e percorre il corpo del cavallo rampante.

Significativo, infine, il cromatismo: il bronzo appare scuro nel primo livello dedicato al drago, per poi farsi più chiaro man mano che con lo sguardo si risale verso il Bene e la Vita; verso “la luce” che domina le tenebre.

Salvador Dalì

Salvador Dalì nacque l’11 maggio 1904 a Figueres, in Spagna. Mostrò presto il suo talento artistico, esponendo le sue opere a soli 14 anni. Nel 1921 fu ammesso alla scuola di Belle Arti di Madrid, dove sviluppò uno stile influenzato dal cubismo e dalle avanguardie, ma venne espulso nel 1926 per il suo atteggiamento anticonformista. A Madrid, Dalì incontrò figure come Federico García Lorca e Luis Buñuel, con cui condivise l’interesse per il Surrealismo e la fusione tra sogno, realtà e subconscio.

Nel 1928, Dalì collaborò con Buñuel al film *Un Chien Andalou*, simbolo del Surrealismo. Questo progetto lo portò a Parigi, dove incontrò i Surrealisti come Magritte e Paul Éluard. In quegli anni sviluppò il suo “metodo paranoico-critico”, che caratterizzò le sue opere. Nel frattempo, si innamorò di Gala, che divenne la sua musa e compagna.

Dalì partecipò a esposizioni internazionali, ma si distaccò gradualmente dai Surrealisti. Durante la Guerra Civile Spagnola e la Seconda Guerra Mondiale, si rifugiò prima in Italia, dove fu influenzato dall’arte rinascimentale e barocca, e poi negli Stati Uniti, dove ottenne grande successo. Tra il 1940 e il 1948, lavorò a scenografie, illustrazioni e design, collaborando con artisti come Elsa Schiaparelli e Alfred Hitchcock.

Nel dopoguerra, l’esplosione della bomba atomica influenzò profondamente Dalì, che inaugurò il suo periodo “nucleare”, caratterizzato da riflessioni mistiche e scientifiche. Teorizzò queste idee nei manifesti mistici degli anni Cinquanta. Continuò a esporre in tutto il mondo, consolidando la sua fama internazionale con mostre in Europa, Stati Uniti e Asia.

Dalì si dedicò anche alla scrittura e all’illustrazione di opere letterarie come *Macbeth* e la *Divina Commedia*. La sua ultima opera, *La coda di rondine*, risale al 1983. Morì il 23 gennaio 1989 a Figueres, dove è sepolto nella cripta del Teatro-Museo a lui dedicato, lasciando in eredità tutte le sue opere alla Spagna.